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Dispacci di un viaggio nella polverosa Cambogia

La Cambogia ti scava dentro.
Ti fa entrare timidamente e ti da un grosso schiaffo in piena faccia con la sua realtà.
Non lascia indifferenti, nemmeno quando si è, ormai, tra le proprie calde mura di casa.
Le uniche aspettative che mi ero costruita su questo viaggio in Cambogia erano legate all’Angkor, sono sincera.
Ma mai, e dico mai, mi sarei aspettata tutto ciò che è stato.

Le persone, in primis.
Sembra scontato quando si parla di sud est asiatico, famosi per la propria gentilezza e capacità di sorridere, ma qui è stato diverso. Quei sorrisi avevano la curva della forza, della non rassegnazione, della gratitudine verso noi che eravamo lì a conoscere il loro meraviglioso e fratturato paese.

Ma più che delle “persone”, la Cambogia è il paese dei bambini.
E questo è l’aspetto più difficile del viaggio.
Perché basterà accennare il passo verso il confine cambogiano, tenendo un piede ancora in Thailandia, che si noterà l’enorme differenza tra due paesi così vicini eppure viventi in due epoche apparentemente diverse.
Dicevo, i bambini sono l’anima della Cambogia. Sono ovunque. A qualsiasi ora del giorno e della notte.
A piedi nudi corrono su quelle strade polverose quasi inesistenti. E corrono perché gli va, per nessun motivo particolare. Sono sicura di aver pensato che i bambini in Italia non corrono più così.
Purtroppo è inevitabile fare i paragoni.
Ti fissano per qualche secondo, probabilmente scorgendo le differenze di tratti sul nostro viso, ti sorridono e ti salutano con la manina.
“Quando ho visto quella foto ho subito pensato che ve la sareste portata a casa” mi ha detto un’amica.
E lo avrei fatto. Nella mia testa l’idea di adozione è sempre stata presente ma lì si è rafforzata.

La Cambogia ha una cicatrice immensa su di sé.
Porta i segni della follia “umana”, porta i segni della sofferenza, della paura.
Grazie alla nostra guida, abbiamo scoperto che non parlano mai di ciò che successo negli anni ’70, non parlano mai di Pol Pot. E lo ha raccontato quasi a denti stretti, come se quelle parole fossero forzate. Camminare per strada, scorgere i visi più anziani e pensare a ciò che i suoi occhi ed il suo corpo debbano aver sopportato, subìto, mette i brividi.
Tra il 1975 e il 1979 la Cambogia si era trasformata in un inferno e il resto del mondo ne era all’oscuro.
Tutt’oggi, parte del Mondo, è all’oscuro della sua atroce storia.
Nella seconda metà degli anni ’70, i Khmer Rouge (seguaci del Partito Comunista di Kampuchea – precedente nome della Cambogia), guidati di Pol Pot, si dedicarono alla “purificazione della Cambogia”, massacrando tutte le persone appartenenti alla classe più colta e sterminando quasi un quarto della popolazione cambogiana.
Seppur difficili da trovare, ci sarebbero tantissime parole da dire a riguardo.

È stato un viaggio ricco di emozioni.
Uno di quei viaggi che ti fa tornare a casa un po’ cambiato.

Un paese che ti fa riflettere.
È stato forte ciò che ci ha lasciato.
E parlo per entrambi, per Mario soprattutto.
Lui non lo sa, ma io l’ho notato in aeroporto a Phnom Penh a riguardare tutte le foto di quei 10 giorni. L’ho notato il suo silenzio. Il suo sguardo. Il suo rendersi conto, in quel momento, quanto questa esperienza sia stata significativa.

La Cambogia per me avrà sempre il profumo della terra, del pepe, dei forti odori dei mercati cittadini e dell’iced coffe che ci ha accompagnati per l’intero viaggio. “Very cambodian style” ci ha detto Sam.

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